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Italian Scratch Festival 19 maggio ITI Majorana Grugliasco (TO) - giovedì 12 aprile 2012

L’associazione DSCHOLA propone la prima edizione del concorso a premi Italian Scratch Festival con l'intento di incentivare l’insegnamento e l’apprendimento dell'Informatica avvicinando alla programmazione in modo creativo gli studenti del biennio delle scuole secondarie superiori.

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Liberiamo i mappamondi - martedì 19 ottobre 2010
Il senso di fare scienze 3

Ordine e diversità

di Maria Arcà

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1 - Noi… utile conformismo

Dare ordine, mettere in ordine gli oggetti e i fatti della vita quotidiana… poterli sistemare e organizzare secondo i nostri criteri ci dà la sensazione di controllarli e di avere potere su di loro. Non accettiamo sempre volentieri l’ordine imposto da altri e non sempre riconosciamo un ordine nei modi di vivere diversi dal nostro.

Il linguaggio rappresenta, in ogni cultura, il grande ordinatore della conoscenza. Parlando delle cose si attivano le strutture logiche fondamentali, dalla classificazione agli ordinamenti, nelle loro inesauribili capacità di riferire il particolare al generale e viceversa. Insegnando a parlare trasmettiamo ai bambini il nostro modo ordinato di conoscere le cose, dando nomi che raggruppano per somiglianze e trascurano le differenze.
Il disordine non piace ed anche il naturale intrico biologico fa spesso paura, associato come è nella nostra cultura a idee di sporco e di pericolo. Eppure talvolta, quando ci sentiamo al sicuro, ne siamo affascinati, e lo cerchiamo come occasione per mettere alla prova le nostre capacità. Così, magari da turisti, accettiamo di confrontarci con un mondo naturalmente disordinato e almeno a parole (va tanto di moda!) dichiariamo di apprezzare le caratteristiche di un ambiente molto diverso da quello abituale.

 

 

Viviamo la contraddizione per cui ci piacerebbe essere “unici” senza correre il rischio di essere troppo diversi, cerchiamo persone “uniche”… purché siano abbastanza simili agli altri. Accettare la diversità culturale è difficile: non sempre riusciamo a stabilire relazioni con persone che consideriamo diverse ma, soprattutto, non siamo sempre disposti ad accettare di essere noi stessi considerati diversi. A parole ci dichiariamo aperti e disponibili ma nella vita quotidiana quanta individualità e diversità altrui, quanta molteplicità di idee e specificità di comportamenti diversi dai nostri siamo disposti a tollerare? quanta uguaglianza, somiglianza, omologazione… sono necessari per vivere in pace? Vorremmo che i nostri figli fossero particolari in tutto: eccezionali, meravigliosi, intelligentissimi… ma contemporaneamente li educhiamo a non essere diversi. Non si tratta di problemi individuali: la nostra società, la nostra cultura e il nostro linguaggio definiscono “classi” di omologazione a cui sia noi sia i nostri figli ci sentiamo obbligati ad appartenere. Conformandosi agli stereotipi si evitano critiche moleste e tutti consideriamo pericolosi i comportamenti devianti.

Così per varie ragioni (incapacità, bisogno sociale, routine…) la scuola, nonostante venga talvolta invitata a costruire “spirito critico”, si impegna a rendere i ragazzi conformi ad un modello ordinato e decoroso, possibilmente eliminando i troppo diversi.

(...continua...)

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Il senso di fare scienze 2

Sarebbe bello…

di Maria Arcà

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Sarebbe bello pensare che chiunque sia esperto in una disciplina impersoni un particolare modo di vivere, un modo di guardare il mondo che si costruisce lentamente, intrecciando indissolubilmente il sapere disciplinare ( i contenuti!) ai saperi quotidiani. Ogni disciplina ha un occhio particolare per guardare le sue cose: le attenzioni, le curiosità, le piccole scoperte della vita di ogni giorno, guardate con occhio “colto”, si arricchiscono di significato e si proiettano sullo sfondo di un sapere reticolato creando nuove connessioni e nuovi stimoli alla riflessione,

Sarebbe bello se i bambini costruissero sfaccettature della loro personalità imparando nella loro esperienza – non solo di scuola – a fare attenzione ai tanti e curiosi aspetti del mondo. Accorgersi di una pietra incisa con parole che non si capiscono (magari sono in latino) o di un monumento che rappresenta un soldato con una specie di casco e un fucile, trovare ogni giorno delle cacche di uccello sulla macchina del papà, ripetersi una strana parola di cui non si conosce il significato… potrebbe portarli a non essere indifferenti rispetto alla varietà delle cose, a domandarsi in che mondo sono capitati, a cercare di decifrarne le regole.

Fare scienze rappresenta un modo di vivere attento alle cose che succedono: le scienze storiche guardano a quello che l’uomo ha combinato nel suo passato sociale, le scienze naturali guardano a come funziona il mondo e a come gli animali- uomini, gli animali-animali e le piante vivono nei loro ambienti attuali o hanno vissuto in tempi e in ambienti antichissimi.

(...continua...)

Il senso di fare scienze 1

Lavorare con i bambini
 

di Nuccia Maldera

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È il primo giorno di scuola; ritrovandosi dopo le vacanze non c'è quasi spazio per i convenevoli, Federica esordisce dicendo: «Ragazzi, ho un problema». Laura con aria ironica dice: «Ragazzi ci risiamo, Federica ha un problema...» È il modo migliore per ritrovarsi. Dire: « Ragazzi, ho un problema » significa la voglia di rimettersi in un clima, di ricostruire un contesto che, dopo una lunga interruzione, ha bisogno di essere riesplicitato e riconosciuto. Ma non si può dire «Scusate ho un problema» se non si ha consapevolezza di cosa si sta a fare lì, tutti insieme.

Non è facile poter dire: «Ho un problema». La fatica cognitiva non è banale, perché vuol dire aver rielaborato un'esperienza, aver messo a fuoco un punto preciso, aver trovato le parole per dire quello che emerge dal ricordo del disagio di una cosa non capita. Non è facile saper ascoltare i problemi: vuol dire impegnarsi a cogliervi il disagio di un altro e un significato per se stessi; cercare di ripescare nella propria memoria le situazioni simili che avrebbero potuto farlo nascere, rispondere con altre domande, portare il proprio con­tributo alla soluzione di un nodo che diventa comune.

A scuola si viene per far venire a galla i problemi, per raccontarsi le esperienze, per rimettere in gioco il proprio sapere in una logica che prima di tutto è di condivisione. Intanto si parla, si ascolta. La scuola insegna anche a stare a scuola, e questo richiede fatica, talvolta un cambiamento profondo nelle persone.

Non si è capaci, dapprima, di ascoltare gli altri, così come non si è capaci di accorgersi che i fatti di tutti i giorni possono far venire in mente delle do­mande; non si è capaci, dapprima, di mettere in gioco le proprie opinioni per aggiustarle e modificarle con gli altri. Lavorando insieme, ci si rende conto che parlare ed ascoltare sono momenti indispensabili. Si imparerà ad interrogare i compagni così come si imparerà ad interrogare i fatti, ci si aggiusterà alle idee dei compagni così come si aggiusteranno le proprie idee ai fatti, guardandone meglio gli aspetti particolari. La classe si costruisce come gruppo quando i bambini si impegnano a giocare tutti uno stesso gioco, scoprendo che ognuno ha delle competenze e che, comunque, ognuno porterà il proprio contributo in un contesto in cui il sapere non è mai solo individuale ma diventa, poco alla volta, collettivo.

LUCA Eh già, perché ognuno di noi è molto bravo in qualche cosa.
INSEGNANTE
Ma questo discorso sulla bravura, sul fatto che ognuno è bravo a modo suo, può servirci mentre facciamo scienze?
ANNA
Eh sì, è come il discorso delle bolle, ogni bolla aveva il suo modo di comportarsi.
ALESSANDRO Potresti dirci tu in che cosa noi siamo bravi.
INSEGNANTE
Io non userei la parola «bravo» ma la parola «competente»; vorrei proporvi di cercare da soli il significato di questa parola, e poi, potreste anche provare a scrivere su un foglietto le vostre competenze.
CHIARA Potresti provare anche tu a scrivere dite.
INSEGNANTE Sì, mi sembra un'idea.

Consapevoli della ricchezza della propria identità e della propria diversità, si vive il gruppo dei compagni come riferimento costante, garante dell'impegno comune di costruzione di conoscenza.

FEDERICA Ho visto tutte le rondini che stavano partendo.
STEFANO Certo, in autunno le rondini partono.
VERONICA Ma dove vanno?
FEDERICO Dove c'è più caldo.
STEFANO
Però gli animali che vivono al polo, loro mica se ne vanno.
CHIARA Se è per questo neanche noi ce ne andiamo...
FEDERICA Ma loro amano il caldo.
INSEGNANTE Che cosa vuoi dire?
KATIA Che lo preferiscono.
STEFANO
Ma no, proprio ci devono stare, senza caldo non possono vivere.
VERONICA Ma come fanno a sapere dove devono andare?
LAURA Seguono il sole.
FEDERICA È come la mamma che dice «aggiustati! »
ALESSANDRO
Noi ci mettiamo i vestiti, loro non possono e così se ne vanno, Si aggiustano volando.

C'è chi è più esperto nel guardare, c'è chi sa ritrovare nelle proprie conoscenze ciò che serve per mettere a fuoco il problema, c'è chi ributta la domanda, chi ripesca, dal gioco dei «come», l'analogia o il modello giusto. […]

[Testo tratto dal Capitolo 8 del libro "Il senso di fare scienze - Un esempio di mediazione tra cultura e scuola" Progetto a cura di F. Alfieri, M. Arcà, P. Guidoni 1995 Torino IRRSAE Piemonte Bollati Boringhieri]

Laboratorio di scienze alla Scuola estiva del MCE 2009
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Comvegno Spinea 2011 -

Nei giorni 20 e 21 giugno 2011 si è tenuto il Convegno di Scienze 'Ricordando Daniela Furlan' a Spinea. Qui tutte le relazioni.

 

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